Dopo aver chiuso la prima metà di settembre ai massimi di quattro settimane, l’oro ha subìto un lieve ritracciamento sotto quota 4.300 dollari per oncia. Pesa la crisi energetica innescata dalla guerra USA-Iran, sulla scia della quale il prezzo del petrolio ha beneficiato di bruschi rialzi – a vantaggio del dollaro, nella cui valuta si quota il greggio. Lo spettro dell’inflazione è tornato a far paura, con la Banca Centrale Statunitense (Fed) che minaccia di stringere la cinghia sulla politica monetaria, penalizzando di fatto il bene rifugio. Questa la spiegazione più quotata dai media, ma è sufficiente, da sola, a motivare il comportamento dei metalli preziosi?
Guerra in Medio Oriente: perché l’oro non brilla?
La perdita di smalto dell’oro durante il conflitto USA-Iran ha demoralizzato gli investitori, ormai avvezzi alla retorica di un bene rifugio che luccica in tempo di guerra. Gli scontri armati nella regione dello Stretto di Hormuz hanno in effetti penalizzato l’oro, che riprendeva fiato ogni qualvolta si respirava aria di tregua. Questi movimenti apparentemente anomali sembrano contrastare con la dinamica di rapporto diretto tra metallo giallo ed inflazione: l’incremento del primo si accompagna di norma all’acuirsi della seconda, ma sarebbe fin troppo semplicistico attribuire a una generica tendenza i tratti di una regola fissa. Occorre tener presente che i fattori capaci di influenzare l’oro nel breve periodo sono molteplici: forza del dollaro, politica monetaria, liquidità, tassi reali ed equilibri dei mercati possono prendere il sopravvento sull’inflazione, beneficiando o scoraggiamento l’andamento del metallo prezioso.
Tassi d’interesse: una tantum o ciclo di inasprimento all’orizzonte?
La Fed ha recentemente aumentato i tassi d’interesse di un quarto di punto, portando i mercati globali a interrogarsi sulla natura della stretta monetaria: si tratta di una mossa isolata? Oppure ci troviamo di fronte a un ciclo di inasprimenti sistematici? Certo è che i mercati hanno ecceduto di ottimismo, ipotizzando un pronto ritorno a tassi bassi. Se lo shock energetico dovesse rivelarsi un fenomeno strutturale finirebbe con il rafforzare il rischio di rialzo dell’inflazione, riducendo drasticamente lo spazio di manovra della Fed per un allentamento della politica monetaria.
Nel breve periodo i rendimenti del Tesoro più elevati e la forza del dollaro possono essere un freno per la corsa dell’oro; tuttavia, nel medio-lungo periodo, l’inflazione persistente e il panorama geopolitico instabile, uniti a un debito pubblico sempre meno sostenibile, potrebbero favorire la domanda di beni rifugio.
Il problema del debito USA
L’entità del debito statunitense rende complesso per la Fed mantenere i tassi elevati sul lungo periodo. Secondo Bank of America, gli interessi sul debito pubblico USA si avvicinano pericolosamente a 1.400 miliardi di dollari l’anno: se i tassi d’interesse dovessero mantenersi su livelli attuali, potrebbero sfondare i 1.700 miliardi di dollari entro la fine del 2028. Per questo, un nuovo ciclo di inasprimenti resta un’opzione improbabile.
De-dollarizzazione: un fenomeno attuale
I Paesi emergenti (soprattutto gli appartenenti all’organizzazione intergovernativa BRICS)* continuano a cercare di rompere il monopolio del dollaro sul sistema monetario internazionale. La de-dollarizzazione non deve comunque essere intesa come un’improvvisa cesura dal biglietto verde, quanto piuttosto come un processo graduale di diversificazione. L’impegno dei BRICS è volto a un maggiore impiego delle proprie valute negli scambi commerciali, a ridurre la dipendenza dal dollaro e la conseguente esposizione a sanzioni da parte degli Stati Uniti; inoltre, mirano ad aumentare la presenza dell’oro all’interno delle proprie riserve.
Dopotutto la quotazione di beni quali petrolio, oro, gas e prodotti agricoli è espressa prevalentemente in dollari: una realtà che scoraggia sempre più Paesi a dipendere da un unico sistema finanziario, soprattutto a seguito delle sanzioni finanziarie. L’oro beneficia grandemente di questa ricerca di sovranità finanziaria, grazie alla sua natura di asset di riserva neutrale: non è il debito di un altro Paese, non viene emesso da una banca centrale e non dipende direttamente dalla politica monetaria di una singola nazione. Proprio per questo i Paesi emergenti mirano a ridurre la propria esposizione alla moneta USA; preferiscono piuttosto aumentare le proprie riserve auree, con acquisti che si sono mantenuti sopra la media anche dopo il record del 2022.
La sostituzione del dollaro è quindi alle porte? La risposta è no; almeno, non nel prossimo futuro. L’economia statunitense rimane forte di una struttura finanziaria assemblata intorno al biglietto verde, con mercati finanziari liquidi e una fiducia solida da parte degli investitori. Uno scenario più realistico vedrebbe la progressiva diminuzione del peso del dollaro, con l’impiego di una valuta domestica negli scambi bilaterali. Ovviamente, quando conveniente.
*Acronimo per Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa
Banche centrali: gli acquisti della Cina e il “rimpatrio” dell’oro
Il dragone continua a nutrire il suo tesoro, con l’aggiunta di 650.000 once d’oro nel solo mese di agosto. Si tratta del maggiore incremento mensile dal 2023 e il 22 esimo mese consecutivo di acquisti. Parallelamente, negli ultimi cinque anni, la disponibilità cines dei Treasury USA è crollata di circa il 40%.
La Polonia detiene ancora lo scettro di maggior acquirente singolo a livello globale, con l’obiettivo dichiarato di trasformare il 30% delle proprie riserve totale in oro. La Cina occupa il secondo posto, seguita da Repubblica Ceca (i cui acquisti procedono incessantemente da più di tre anni), Kazakistan, Brasile, Turchia e India.
Ma le banche centrali non si limitarono all’acquisto: anche la custodia, recentemente, diventa motivo di preoccupazione. La tutela del patrimonio aureo di uno Stato non dipende unicamente dalla sicurezza del caveau cui lo ha affidato: la stabilità politica della giurisdizione che lo detiene riveste un ruolo altrettanto importante. Per questo diversi Paesi (primo tra tutto l’Olanda, che a inizio settembre ha ricondotto in Europa ben 86 tonnellate d’oro detenute in USA) sono interessati a riportare l’oro in patria, sotto il controllo nazionale.
Non solo oro: la strategia degli investimenti in argento
Da non sottovalutare la duplice natura dell’argento: metallo prezioso con valore monetario da una parte, grande favorito delle industrie dall’altra. Il metallo bianco resta protagonista della transizione energetica e tecnologica, con una domanda industriale che rappresenta ormai circa il 60% di quella globale.
Il fotovoltaico assorbe la maggior parte della domanda di argento industriale (circa il 29%): ne apprezza la conducibilità elettrica e termica, maggiore a qualsiasi altro elemento conosciuto.
Segue l’elettronica, l’intelligenza artificiale, le automotive e la gioielleria (capitanata dalla domanda dell’India); il settore dell’investimento rappresenta invece il 15-18% della richiesta.
Il mercato dell’argento resta in forte deficit strutturale da oltre cinque anni; inoltre, poiché la maggior parte del metallo bianco è il sottoprodotto di estrazioni di rame, piombo e zinco, l’offerta fatica ad adattarsi ai rincari di prezzo dell’argento finanziario.
Fonti:
- Garret Baldwyn, Jesse Clombo, Doug Caeys
- World Gold Council
- Bank of America
- Kitco news




