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Febbraio 2011

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ORO

“L'oro di nuovo in rialzo dopo i sell-off di gennaio"

L'oro nel mese di gennaio ha iniziato una profonda fase correttiva fino a raggiungere i 1308 dollari per oncia, dopo aver chiuso l'anno appena sopra i 1420 dollari. Il ribasso è stato guidato da un mix di lunghe liquidazioni al Comex, unito a vendite diffuse sui vari ETF che hanno ridotto in modo cospicuo l'oro complessivamente depositato nei vari trust (- 4,5% pari a circa 100 tonnellate). A stimolare le vendite un diffuso senso di ottimismo sul mercato, sulla scia di dati macro americani sopra le attese, che hanno spostato almeno provvisoriamente verso l'alto, la leva del rischio, premiando i listini azionari. Da allora però il metallo ha iniziato una lenta ma costante crescita dei corsi, fino a raggiungere di nuovo quota 1.400 dollari, mentre scriviamo. Il rialzo di fine gennaio ha però avuto a nostro avviso una dinamica diversa da quelle del recente passato; si nota infatti una netta diminuzione di volatilità ed al tempo stesso un certo indebolimento della correlazione inversa con la performance del dollaro. L'interrompersi della fase correttiva, che molti operatori si aspettavano anche più profonda, è probabilmente da ricollegarsi ai fatti di natura geopolitica che stanno tutt'ora caratterizzando i Paesi medio-orientali e nord-africani; non tanto nel singolo episodio Tunisino, quanto all'infiammarsi delle rivolte prima in Egitto e via via negli altri Paesi, in un'escalation di tensione che non sembra
ancora trovare soluzione. Questi fatti hanno probabilmente impedito all'oro di proseguire nel proprio trend correttivo in presenza comunque di domanda industriale e per investimento sostenuta; la prima sopratutto di Cina ed India (+47% la domanda di oreficeria nel 2010 rispetto all'anno precedente) e la seconda, sempre di matrice asiatica, ha permesso al metallo di recuperare terreno e tornare verso i massimi di fine anno. Assistiamo però ad una fase di stanca degli investimenti in ETF; nelle ultime due settimane, in corrispondenza della nuova corsa del prezzo gli investitori hanno probabilmente preferito all'ETF altre forme d'investimento, contribuendo solo marginalmente al recupero del prezzo dell'oro. Altro elemento di supporto sono le preoccupazioni per la crescita dell'inflazione; se in Europa e negli Stati Uniti non vi sono ancora
segnali di allerta, la Cina ha effettuato tre rialzi dei tassi negli ultimi 4 mesi, l'ultimo dei quali il 17 febbraio scorso, nel tentativo di dare un freno ai prezzi, alimentati da un'economia che cresce ormai stabilmente a circa il 10% all'anno. Questo premesso, riteniamo conclusa la fase correttiva di gennaio e l'obbiettivo per l'oro è ora un nuovo test dei massimi storici in area 1.420, livello che dovrebbe almeno provvisoriamente offrire una certa resistenza, come ha già offerto nel recente passato.

ARGENTO

“Argento: ai massimi storici post 1980”

L’argento non finisce mai di stupire e sale a ritmi impressionanti, totalmente disallineato con la performance dell'oro ed anche dai cosiddetti PGM metals (metalli del gruppo del platino). La febbre per l'inflazione e le aspettative di forte crescita dell'economia Mondiale formano un cocktail micidiale, un propellente al prezzo del metallo bianco che non trova al momento soluzione di continuità. Nonostante deflussi significativi dall'ETF, probabilmente legati a prese di beneficio dopo il rally dell'ultimo trim. 2010, il prezzo dell'argento cresce tanto da portare il  rapporto oro/argento a 41, ai minimi da tre anni a questa parte. Il rialzo del prezzo dell'argento è pertanto trascinato dalla domanda industriale sopratutto dai Paesi asiatici ma anche dalle "vecchie economie" che mostrano segnali di ripresa anche a livello manifatturiero. Il fatto che il prezzo cresca esponenzialmente rispetto al comparto, lascia maggiormente vivo il rischio per prese di beneficio altrettanto violente, come accaduto in gennaio dove ad una correzione di circa l'8% dell'oro, si è contrapposta una correzione pressoché doppia (da 31,30 a 26,45 dollari, - 15,5%) del prezzo dell'argento.

EUR/USD

“Dollaro stabile contro euro, FED ottimista”

Dalla lettura dei verbali del FOMC (minuta del Board della FED) si conferma uno scenario di prosecuzione della crescita economica che  si riflettono positivamente anche sulle aspettative di crescita del PIL americano per i prossimi due anni. La Fed è particolarmente ottimista, confidando sulla prosecuzione di indicazioni macro positive, la quale stima il PIL americano a fine 2011 posizionarsi in una forbice di crescita tra 3,4% e 3,9% (rispetto a quella di novembre 3% - 3,6%) ma rivedendo marginalmente al ribasso le stime per il 2012. Attenzione particolare è posta però sull'inflazione ed occupazione. La prima, vista tutto sommato stabile e non preoccupano al momento i rincari delle materie prime per eventuali effetti di ritorno (il tasso di inflazione tendenziale USA si attesta al momento al 1,6%). Relativamente alla seconda, il tasso d'inflazione sorprendentemente scende a gennaio al 9,0% (dal precedente 9,4%) nonostante in gennaio l'economia americana abbia aggiunto solo 36 mila unità ai nuovi occupati; il macroscopico ribasso del tasso di disoccupazione potrebbe essere il frutto di una congiuntura
temporanea e potrebbe essere rivisto già nel prossimo mese. Proprio le dinamiche del lavoro sono una priorità da seguire da parte della FED; per quest'anno stima un tasso di disoccupazione al 9,3% mentre nel 2012 dovrebbe scendere all'8,6%. Alla luce degli indicatori anticipatori macro-economici, sebbene siano ancora in piedi i pacchetti di stimolo all'economia americana, il future sui FED Funds sconta un possibile rialzo dei tassi entro fine anno pari a circa il 50%. Se la FED è "ottimista" la BCE lo è un po' meno, sia per il carattere più conservativo delle dichiarazioni che per le politiche d'intervento sull'economia, sopratutto e non senza motivo, sulle  problematiche relative ai debiti sovrani di alcuni Paesi dell'Area Euro. La BCE è evidentemente impegnata da una parte a verificare  la stabilità dei conti dei Paesi dell'Eurozona e dall'altra a monitorare gli effetti inflattivi che più che negli Stati Uniti sembrano manifestarsi; in gennaio il tasso d'inflazione tendenziale si è portato al 2,4%, ben al di sopra della soglia target perseguita dalla BCE (2%). In questo scenario i mercati azionari si mantengono sui
massimi, grazie alle considerazioni della FED ed al fermento di M&A (fusioni ed acquisizioni) che offrono supporto ai listini. In particolare è stata annunciata la fusione tra Deutsche Borse ed il NYSE (New York Stock Exchange) che diverrà così la maggiore Borsa mondiale. Infine, in attesa di nuovi sviluppi dal fronte economico-finanziario delle due aree, è possibile attendersi nel breve la prosecuzione del consolidamento tra 1,34 ed 1,38 del cross, intrapreso ormai da oltre 1 mese.

 
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